Industria, edilizia e commercio ancora in rosso. L’accusa di Sarno: «L’Irpinia muore con il Sud, siamo fermi da almeno 15 anni»

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La lunga notte dell’economia in provincia di Avellino prosegue senza soluzione di continuità. La crisi, partita sul finire del 2007, che secondo le stime ha falcidiato almeno 10.000 posti di lavoro soprattutto nel manifatturiero, non ha lasciato ancora spazio ad una ripresa che possa definirsi tale. Tutt’altro.

Gli ultimi dati Istat ed Eurostat ci raccontano di un’ economia nazionale ancora agonizzante: disgregate le classi sociali (in particolare operai e ceto medio), aumentano le disuguaglianze sulla base del reddito, si fa più pesante la pressione sulle famiglie con figli, 1,6 milioni di persone sono in stato di povertà assoluta, il 6,6 per cento della popolazione rinuncia alle cure mediche e, tra i giovani, il 70 per cento degli over 35 vive ancora con i genitori.

Il Pil italiano, nei tre mesi del 2017, aumenta solo dello 0,2 per cento. Peggio dell’Italia fa solo la Grecia. Ma peggio della Grecia, fanalino di coda in Europa, c’è il Mezzogiorno. Al netto degli annunci e dei Patti per il Sud che, di fatto, mettono semplicemente insieme le risorse europee e nazionali già previste, un vero e proprio Piano straordinario per il Mezzogiorno resta il grande assente della politica nazionale. Tanto meno questo tipo di attenzione traspare dalle politiche internazionali. Come già rilevato dalla Confindustria regionale, che ha chiesto un apposito impegno al governatore Vincenzo De Luca, i progetti in campo nel settore merci escludono completamente la Campania, i suoi porti ed interporti, dalla rete dell’ alta capacità. Tutto confermato dal premier Paolo Gentiloni, a Pechino, nel progetto sulla nuova «via della seta».

In questo scenario, i numeri provinciali non possono che restare drammatici: ad aprile, la disoccupazione giovanile si attesta al 54 per cento, aumentano i giovani under 29 che non studiano e non lavorano, e gli iscritti al centro per l’impiego sono circa 60.000. Arretrano industria, edilizia e commercio. Reggono solo agricoltura e servizi.

Fare impresa e creare occupazione, in Irpinia, è sempre più difficile. Silvio Sarno, tra i maggiori imprenditori della provincia di Avellino, riferimento assoluto, non solo in Irpinia, nel settore dell’edilizia, lo spiega chiaramente: «Questi dati non possono certo meravigliare. Confermano quello che il mondo delle imprese predica da ormai troppi anni, in ragione di un’ evidenza: quanto fatto fino ad oggi non ha inciso in termini strutturali e non avrebbe potuto. Occorrono investimenti veri, non palliativi, azioni capaci di incidere sul medio-lungo periodo, e restituire solide prospettive di crescita, rimettendo in moto l’economia reale del Paese. Le poche note positive - osserva - in particolar modo per il settore edilizio, riguardano gli strumenti dell’iperammortamento e del credito di imposta. Per il resto poco o nulla».

Le politiche degli ultimi anni, insomma, non hanno inciso, tantomeno in questa parte d’Italia: «Il Mezzogiorno, storicamente e strutturalmente più debole del resto del Paese è cassa di risonanza in tal senso».

La crisi del manifatturiero, che in provincia di Avellino ha fatto chiudere decine di stabilimenti, è ancora in piedi. E non bastano slogan e buone intenzioni: «Si discute giustamente di Industria 4.0, della necessità di puntare sull’innovazione ma non ci si rende conto del reale contesto nel quale ci muoviamo. Per spingere sul terreno dell’innovazione è, in primo luogo, necessario determinare le condizioni per nuove commesse e, questo, è un tema ad oggi inevaso».

Allargando il discorso al commercio, altro settore in grande crisi, soprattutto ad Avellino, Sarno punta invece l’indice contro «l’indebolimento delle Camere di Commercio, che hanno perso forza e funzioni». «Soprattutto – accusa - è mancato un ragionamento serio per intervenire, anche qui, in termini strutturali. Di certo non può risolversi tutto con la misura del microcredito».

I ritardi nella programmazione politica e nell’attuazione degli interventi, soprattutto infrastrutturali, restano clamorosi. In veste di presidente provinciale di Confindustria, Sarno aveva lanciato più volte i suoi appelli alle istituzioni locali. «Venendo alla nostra Irpinia – riflette oggi - non possiamo che muovere da un fatto: l’unica vera infrastruttura che serve questi territori resta l’autostrada voluta da Fiorentino Sullo oltre mezzo secolo fa. Ragioniamo della Lioni Grottaminarda, ma siamo tutti consapevoli che, prima di un altro decennio, non si arriverà al completamento». Ed ancora: «Ragioniamo della necessità di far leva sulla retroportualità e su di una fiscalità di vantaggio, ma di queste cose si discute da oltre un decennio. Era il 2004 quando proponevo il concetto di “Zone franche urbane”, le Zone economiche speciali - ZES - di oggi per intenderci, richiamando la politica alla necessità di operare concretamente per valorizzare le potenzialità di questi territori».

Infine, l’imprenditore pone in risalto la condizione di assoluta fatiscenza delle aree industriali irpine. Altro aspetto di cui si parla da 20 anni, senza porvi rimedio: «Continua a rimanere inevasa la necessità di ripensare il ruolo dell’Asi in questa provincia. – tuona Sarno - Abbiamo aree industriali in gran parte in disuso, una ricchezza sopita che invece andrebbe valorizzata, proprio per rendere questi territori appetibili, per attrarre investimenti da fuori, per portare ricchezza e lavoro».

 

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Last modified onVenerdì, 19 Maggio 2017 15:31

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